Buongiorno avvocato, insieme con un amico vorrei costituire un’associazione sportiva dilettantistica con tanto di sala attrezzi e sala corsi. Avrei pensato a una società SAS o una SNC, che del resto sono le due formule più utilizzate in Italia per poter accedere a dei finanziamenti. Tuttavia in Internet ci sono molte voci discordanti sulla fattibilità di questo tipo di società in quanto andrebbe a contrastare con la natura delle associazioni sportive dilettantistiche. Se così fosse, come mai in Italia vi sono una miriade di ASD sotto forma di SNC o SAS? In attesa che chiarisca questo quesito, La saluto cordialmente, D. da Bologna

Gentile lettore, dall’esame della sua mail si percepisce un certo smarrimento. La S.a.s. e la S.n.c. appartengono alla categoria delle Società (come pure la S.r.l., la S.p.a. e la S.a.p.a.) ed hanno uno scopo di lucro, vengono quindi costituite con la precisa intenzione che ottengano un guadagno (e che questo guadagno venga eventualmente distribuito tra i soci). La Asd invece è una Associazione e si differenzia dalle Società, in particolare, proprio per l’assenza di tale fine di lucro quale obbiettivo della propria attività (come anche le fondazioni e i comitati). Neppure l’eventuale patrimonio che dovesse residuare alla fine dell’attività di un’associazione potrebbe essere diviso tra gli associati, anche se conferito dagli stessi. Tanto premesso, appare evidente come la stessa attività possa essere esercitata in forma di A.S.D. o di S.A.S. ma mai in entrambe le forme contemporaneamente. Nessuno le impedisce, quindi, di aprire il suo centro sportivo in una delle forme societarie suddette, invece delle forme associative ma, in tal caso, non potrebbe beneficiare delle importanti agevolazioni fiscali previste per queste ultime.

Gentile Avvocato, le scrivo perché ho dei dubbi sull’acquisto di alcuni prodotti. Nel mondo del fitness ci sono numerosissime copie e contraffazioni (molto più economiche) di validi prodotti/attrezzature per l’allenamento. Se dovessi acquistare un prodotto contraffatto, quali rischi potrei correre? Ed eventualmente il venditore? Se il prodotto invece non è contraffatto ma copia un brevetto registrato da un’altra azienda, cosa può succedere a chi lo acquista?
Grazie per l’eventuale spiegazione, G. M. da Perugia

Per copia contraffatta si intende un prodotto che si è cercato di riprodurre il più possibile uguale all’originale, anche nel marchio. Le sanzioni sono disciplinate con estrema chiarezza dal testo dell’art. 473 del Codice Penale relativo alla contraffazione, alterazione o uso di segni distintivi di opere dell’ingegno o di prodotti industriali, che si riporta di seguito nella sua nuova formulazione, recentemente inasprita dalle modifiche apportate dalla legge n 99 del 23 luglio 2009: “Chiunque, potendo conoscere dell’esistenza del titolo di proprietà industriale, contraffà o altera marchi o segni distintivi, nazionali o esteri di prodotti industriali, ovvero chiunque, senza essere concorso nella contraffazione o alterazione, fa uso di tali marchi o segni contraffatti o alterati, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 2.500 a euro 25.000. Soggiace alla pena della reclusione da uno a quattro anni e della multa da euro 3.500 a euro 35.000 chiunque contraffà o altera brevetti, disegni o modelli industriali nazionali o esteri, ovvero, senza essere concorso nella contraffazione o alterazione, fa uso di tali brevetti, disegni o modelli contraffatti o alterati. (omissis)”. Fino a due anni fa, la pena era della reclusione fino a tre anni e della multa fino a Euro 2066, per entrambe le fattispecie e senza la previsione di un minimo di pena. Appare evidente l’intenzione del legislatore di perseguire più incisivamente questi reati, oltre che di porre sullo stesso piano chi produce i prodotti contraffatti e chi li utilizza, applicando identica pena. Diversa è invece la pena per il venditore, curiosamente più lieve, che rischia le sanzioni previste dall’art. 474 c.p. ed è punito “solo” con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a euro 20.000. In ogni caso, qualora i prodotti contraffatti venissero scoperti, si applicherebbe anche la sanzione della confisca degli stessi, prevista dall’art. 474 bis c.p. Nel caso specifico, inoltre, qualora mai dovesse avvenire, si tratterebbe di un acquisto cosciente di cose (i macchinari contraffatti) provenienti da un delitto (quello previsto dagli art. 473 e 474 c.p.) ed al fine di procurarsi un profitto (i pagamenti per l’uso dei macchinari stessi). Tale condotta, a mio avviso, potrebbe comportare anche l’incriminazione per il delitto previsto dall’art. 648 c.p. per il reato di ricettazione (…chi, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, riceve od occulta denaro o cose provenienti da un qualsiasi delitto, o comunque s’intromette nel farli acquistare, ricevere od occultare, è punito con la reclusione da due a otto anni e con la multa da lire un milione a lire venti milioni…). Considerato, peraltro, che sui macchinari contraffatti dovrebbero allenarsi centinaia di persone, la possibilità che la contraffazione venga scoperta e che la notizia giunga ai legittimi titolari del marchio o del brevetto, appare piuttosto elevata. Alla luce delle spiegazioni fornite è possibile dare una diversa valutazione della “economicità” dell’acquisto.

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