Salve,volevo innanzitutto ringraziarvi per la vostra risposta ma, ahimé, l’articolo, anche se molto interessante, non ha risposto completamente alle mie domande… è chiaro che il certificato medico sia stato abolito, quello che invece non mi è ancora chiaro è il fatto che la mia palestra continui a chiederlo… possono farlo? Devo quindi portarlo o posso oppormi? Mi scuso per la mia insistenza, ma mi sta particolarmente a cuore il mio portafoglio e quello degli altri 500 iscritti come me costretti a rivolgerci ad una struttura a loro convenzionata per il rilascio di questi certificati… scusate il termine ma mi sembra tutto un magna-magna… (Stefania)

Gent.ma Sig.ra Stefania, relativamente a quanto richiesto preme segnalare che se ci si iscrive a un corso di fitness è possibile che venga richiesta la produzione del certificato medico anche laddove non si intenda partecipare a gare o competizioni ed anche se la normativa non ne impone la consegna. L’obbligatorietà, infatti, potrebbe derivare anche da altre disposizioni, come clausole dello statuto della palestra o da decisioni del consiglio direttivo. Non esiste comunque alcun obbligo di farsi visitare presso strutture convenzionate col destinatario dei certificati.

Buonasera, abbiamo nel nostro studio una stanza di circa 52 mq adibita ad ambulatorio privato e accatastata come A10. Possiamo utilizzare la stanza per corsi di yoga, pilates o corsi con fini terapeutici/correttivi? Nel caso emetteremmo regolare fattura per prestazione con IVA. La ringrazio (Carlo)


In risposta alla Sua domanda va innanzitutto evidenziato il profilo al quale la categoria catastale A10 fa riferimento: “Uffici e studi privati”. Non è tuttavia detto che a fronte del dato catastale l’immobile sia effettivamente destinato ad ufficio o studio privato. Tale nozione, infatti, va posta a confronto con il piano regolatore di riferimento al fine di individuare la corretta categoria entro la quale inquadrare le attività che si intendono svolgere. L’eventuale cambio di destinazione d’uso è comunque possibile (ma spesso neppure necessario) previo esame del carico urbanistico assegnato alle specifiche destinazioni. Ho già avuto occasione di trattare più approfonditamente l’argomento e sono sicuro che troverà utile l’articolo al link https://www.lapalestra.net/2012/05/04/chiedilo-all%E2%80%99avvocato-n40/

Gentile Avvocato, gestisco una palestra in forma di S.a.s. e sono socia accomandante, l’altro socio è accomandatario e si occupa della gestione insieme a me. Per effetto della crisi siamo in ritardo con molti pagamenti e un creditore sta agendo direttamente contro di noi. Mi risulta, però, che in qualità di accomandante sono immune da qualsiasi azione al pari del socio di una S.r.l.. Posso dormire sonni tranquilli?


Gentile lettrice, in effetti il socio accomandante di una S.a.s. gode dello schermo societario e risponde solo limitatamente al capitale investito nella società. Apparentemente gode degli stessi privilegi del socio di una S.r.l., tuttavia il legislatore ha imposto una precisa condizione al fine di garantire tale immunità personale: il divieto di “immistione”. Tale limitazione consiste nel divieto di compiere atti di gestione della società se non estremamente limitati, occasionali e con espressa procura da parte dell’accomandatario. Appare evidente che nel caso della lettrice tale divieto è stato travolto dall’attività di gestione unitamente all’altro socio accomandatario. Non potrà quindi avvalersi della responsabilità limitata e dovrà rispondere delle obbligazioni assunte dalla società con la totalità del proprio patrimonio. Qualora volesse sottrarsi a tali responsabilità in futuro sarà consigliabile costituire una società a responsabilità limitata o uscire dalla società trasformandola in ditta individuale. Ovviamente per le obbligazioni già contratte rimarrà comunque responsabile.

Ho un problema che mi affligge: ho dovuto chiudere il mio centro sportivo perché non riuscivo a pagare le tasse. Purtroppo non sono comunque riuscita a pagare tutti i creditori (Stato compreso). Sono così iniziati ad arrivare decreti ingiuntivi e cartelle esattoriali. Per cercare di trovare un accordo con i creditori, pagandoli almeno parzialmente, ho venduto la mia casa ad un parente che peraltro deve ancora saldarmi. Quando ormai la vendita era trascritta da tempo nei registri immobiliari ho ricevuto una citazione in giudizio da un creditore che rivendica i suoi diritti su quell’immobile anche se non è più mio. Com’è possibile? Ci sono rimedi?


Ciò che è accaduto credo sia abbastanza chiaro, ed è spiegato dalla formulazione dell’art. 2901 del nostro codice civile “Il creditore … può domandare che siano dichiarati inefficaci nei suoi confronti gli atti di disposizione del patrimonio coi quali il debitore rechi pregiudizio alle sue ragioni quando concorrono le seguenti condizioni:

1) che il debitore conoscesse il pregiudizio che l’atto arrecava alle ragioni del creditore …;

2) che, inoltre, trattandosi di atto a titolo oneroso, il terzo fosse consapevole del pregiudizio… Appare evidente che la lettrice potesse immaginare che con la vendita dell’immobile potesse recare pregiudizio al creditore ed è probabile che, avendo venduto ad un parente, quest’ultimo potesse essere consapevole del danno. Qualora le suddette condizioni fossero provate in corso di causa, il creditore otterrebbe il diritto di agire sul bene per soddisfare il proprio credito, come pure tutti gli altri creditori che decidessero di intervenire nel giudizio, con l’unico limite temporale dei cinque anni dalla vendita.

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