Le relazioni fra individui sono in realtà negoziazioni e la loro efficacia si basa sul buon uso e sulla corretta interpretazione di parole e gesti

“Non si può non comunicare”, ci ammonisce Paul Watzlawick nel formalizzare gli assiomi della comunicazione. Se questo è vero, dunque, anche il silenzio può essere una forma di comunicazione! Ne deriva che l’interazione fra due individui può essere duplice: verbale e non verbale. La negoziazione, a ogni livello possibile, è definibile come un’interazione fra due o più individui al fine di ottenere un reciproco obiettivo. Parafrasando Watzlawick, si potrebbe azzardare un “Non si può non negoziare”, se pensiamo a quanti aspetti della nostra vita sono in realtà negoziazioni. Quindi chi, fra i due negozianti, sa padroneggiare e interpretare entrambi gli aspetti comunicativi, ha un vantaggio competitivo, che può facilitare il successo.

Per gestire la comunicazione verbale bisogna quanto meno avere una lingua o un linguaggio comune, per potersi comprendere. E quando si parla di linguaggio, la mente va alle diverse possibilità di espressione dovute, per esempio, a condizionamenti ambientali ed estrazioni sociali (provate a pensare a quanto potrebbe essere complicato per un grigio professore di macroeconomia comprendere le sfumature “slang” di un ragazzotto un po’ ignorante). Trovare un punto d’incontro verbale comune, anziché arroccarsi sulla difensiva delle proprie certezze semantiche, è la base per ottenere un risultato. La chiave di questo risultato è la capacità d’ascolto: più si è abili e concentrati nel percepire le sfumature del linguaggio altrui, più ci si avvicina all’altro, gratificandolo. Le soluzioni per affinare l’ascolto sono tre:

1) Stare in silenzio. Eh già: per ascoltare bisogna stare zitti! Banale, vero? Ma siamo davvero sicuri di applicare questa regola ogni volta che discorriamo con i nostri interlocutori?

2) Non avere pregiudizi di nessun tipo. Spesso ci “dimentichiamo” le parole dell’altro, e vi sovrapponiamo l’immagine che abbiamo di lui: meglio astenerci da ogni giudizio e scordare ogni possibile analogia dell’interlocutore con nostre esperienze pregresse, per quanto complicato possa essere.

3) Essere curiosi. L’interesse sincero, a volte perfino etnologico, verso un linguaggio diverso dal nostro, porta a comprendersi più facilmente e fa avvicinare l’altro a noi, facilitando la scomparsa di ogni possibile chiusura; inoltre, la curiosità rende possibile un andamento leggero della conversazione, senza formalità e rigorismi pesanti.

Shakespeare fa dire alla sua Giulietta innamorata: “Che cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa, con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo!”. Ecco il senso intimo della comunicazione non verbale: trasferire il gap di significato che il linguaggio non è in grado di fornire, attraverso l’uso di simboli e segni adeguati, così da raggiungere quell’acqua profonda su cui le parole scivolano come pellicola, per usare una felice espressione del filosofo Wittgenstein. È il cosiddetto “linguaggio del corpo”, i cui elementi espressivi sono il gesticolare, la mimica facciale, l’indirizzo dello sguardo, perfino i tic corporei, la sudorazione o il rossore della pelle. È evidente che, se sappiamo riconoscere e codificare le espressioni corporee dell’interlocutore, possiamo farci un’idea più precisa del senso delle sue parole, e anche anticiparne l’enunciazione! Anche in questo caso ci viene in aiuto una capacità d’ascolto che non è più relativa alle parole pronunciate, quanto ai gesti messi in atto. Un’analisi esaustiva non è possibile, per cui lascio gli interessati alla lettura del libro di Vera Birkenbihl citato in bibliografia. Qui basta accennare al fatto che i criteri di valutazione riguardo al linguaggio corporeo sono:

a) onestà del gesto: quanto ci appare sincero e quanto piuttosto l’espressione di un atteggiarsi?

b) congruenza o incongruenza rispetto alle parole: se per esempio dico “ti amo” guardando verso il basso, o sono patologicamente timido oppure, più facilmente, non ne sono del tutto convinto

c) grado di spontaneità: il gesto è immediato, deciso, oppure è leggermente sfasato, come se fosse sottoposto a un esame autodisciplinante?

d) scherzo e ironia: occorre analizzare il contesto e il tono della voce; un semplice esempio: la frase “continuiamo così, facciamoci del male”, che Nanni Moretti pronuncia nel film “Palombella rossa” non è certo indice di una volontà autolesionistica, anzi!

e) raggruppamento: un singolo segnale può non avere alcun significato, mentre gruppi di segnali di uguale intensità e direzione possono avere un preciso senso.

La capacità di ascolto implica non solo l’attenzione agli aspetti non verbali, ma soprattutto la loro contestualizzazione. Non ci sono regole assolute in questo campo, infatti: basti pensare che il colore bianco, che per noi occidentali è simbolo di pace, per gli asiatici invece è associato alla morte! Occorre però non solo saper decifrare i segnali altrui, ma anche controllare i propri! Il problema è che una delle caratteristiche fondamentali della comunicazione non verbale è il suo carattere solitamente involontario. In questo caso, mi sento di fornire due consigli:

I) Fare esercizi personali di gestualità e comunicazione paraverbale (tono e volume della voce), davanti a uno specchio o, meglio, a una videocamera, o con un partner in grado di dare un successivo feedback.

II) Frequentare corsi di teatro, anche a livello amatoriale. Nella pratica teatrale, infatti, la comunicazione attraverso il corpo è prassi continua, e lo stesso dicasi per l’interazione nei confronti del gruppo. Con la frequenza di laboratori o corsi teatrali si può ottenere dunque una maggiore autoconsapevolezza, sfruttabile poi nelle negoziazioni quotidiane di ogni tipo.

GLI ASSIOMI DELLA COMUNICAZIONE
Paul Watzlawick fu un geniale filosofo e psicologo di origine austriaca, ricercatore del californiano Mental Research Institute di Palo Alto. Con J.H. Beavin e Don D. Jackson pubblicò nel 1967 “Pragmatica della comunicazione umana”, che divenne subito una pietra miliare della psicologia mondiale. Il libro, che indaga gli effetti sul comportamento derivanti dall’interazione fra individui, elenca i celebri “assiomi della comunicazione”, presentati come proprietà di cui indagare la patologia (in linea con le finalità cliniche dello scritto), ma che sono poi diventati indicazioni utili a migliorare la comunicazione fra individui:

1) Non si può non comunicare (ogni atteggiamento ha per gli altri un significato)

2) Ogni comunicazione presenta un aspetto di contenuto (verbale) e un aspetto di relazione (non verbale)

3) La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione (l’interpretazione è funzione della relazione fra chi comunica)

4) Gli uomini comunicano con il modulo numerico (le parole) e con quello analogico (le immagini)

5) In ogni relazione, la relazione fra le parti può essere simmetrica (tra pari grado: marito/moglie) o complementare (su piani diversi: mamma/figlio)

Davide Verazzani

BIBLIOGRAFIA
V.Birkenbihl – Segnali del corpo F. Angeli
Watzlawick – Beavin – Jackson – Pragmatica della comunicazione umana – Astrolabio
Sclavi – Arte di ascoltare e mondi possibili – B. Mondadori
Borgato – Un’arancia per due

F. Angeli

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