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Qual è la forma giuridica migliore per la gestione di un fitness club?

Una simile domanda meriterebbe, per la risposta, uno spazio adeguato e più strutturato. Cercherò di essere breve, ma esaustivo, senza scadere nella banalità. Innanzitutto, non c’è una risposta giusta, ma solo la considerazione dei pro e dei contro di alcune scelte. Ed ecco che quindi le scelte di base sono due: società o associazionismo? E nel primo caso: società di persone o società di capitali? E nel secondo caso: associazione sportiva o società sportiva dilettantistica?
Il parametro dirimente nella scelta di base è il fatto di poter usare a nostro piacimento gli utili prodotti (società) o doverli obbligatoriamente reinvestire nella struttura (associazionismo). Tale obbligo è mitigato da notevoli agevolazioni da un punto di vista fiscale (collaboratori con contratti agevolati entro determinati parametri, non soggezione a IVA per le attività inerenti la pratica sportiva, etc) ma determina una serie di adempimenti amministrativi particolari, talora di complicata applicazione.
Se si sceglie di aprire una società, va deciso se si tratta di società di persone o di capitali. Nel primo caso, le agevolazioni amministrative per la sua formazione (basti pensare alla mancanza di un capitale sociale minimo) e i costi di gestione sono più bassi, a fronte però di una responsabilità personale totale (cioè: con tutti i propri beni privati) e solidale (cioè: se uno non paga, pagano gli altri in proporzione) dei soci. Nel secondo caso, c’è da versare un capitale minimo che tutela i creditori, per cui ogni socio è responsabile solo per la quota sottoscritta; a fronte di ciò, i costi di gestione sono notevolmente più elevati.
La forma di associazione sportiva appare la più semplice in assoluto. E infatti, la sua costituzione non ha adempimenti di particolare natura. La gestione di un’associazione, soprattutto da un punto di vista formale, è però molto intricata e soggetta a norme molto rigorose, la cui mancata applicazione può comportare sanzioni molto pesanti (e non potrebbe essere altrimenti, visti i privilegi di cui gode fiscalmente).
Da qualche anno, però, in soccorso di chi opera in un settore vitale per l’economia del paese, spesso facendo supplenza ad attività di prevenzione e benessere direttamente collegabili al Welfare statale (da qui le agevolazioni previste), è intervenuta la forma della società sportiva dilettantistica a responsabilità limitata (ssdrl). Questa possiede i pregi operativi delle società di capitali (e i relativi costi, a partire dal capitale minimo) e le agevolazioni fiscali delle associazioni, senza la pesantezza normativa di queste ultime. Sempre più spesso, negli ultimi tempi, i titolari di fitness club scelgono questa forma giuridica. Posso consigliare di affidarsi a un professionista che conosca il nostro settore, e non necessariamente al proprio commercialista di fiducia; non sono tanti in Italia i professionisti che maneggiano con competenza questa materia.

Mi hanno sottoposto la possibilità di far partecipare alcuni collaboratori a corsi di formazione commerciale. Cosa devo aspettarmi, e come posso monitorarne la buona riuscita?
Investire in formazione (soprattutto di tipo commerciale) è il modo migliore per affrontare il momento di crisi attuale e porre le basi per agganciare il treno del successo e della ripresa che verrà. Non esistono corsi buoni o corsi cattivi in assoluto, ma corsi utili o inutili. Perché un corso sia utile, e quindi un investimento e non un costo, vanno prese alcune precauzioni.
Se si ricevono inviti via e-mail, o via posta, a corsi che paiono interessanti, consiglio innanzitutto di approfondire l’argomento con una telefonata a chi li organizza (se non esiste nemmeno un numero di telefono nell’invito o nella proposta, cestinatela subito: o è uno specchietto per le allodole puro e semplice, o si tratta di un’organizzazione inefficiente). A maggior ragione, se si è accattivati dagli argomenti ma non si conoscono organizzatori e relatori. Argomento della chiamata sarà soprattutto il condividere con gli organizzatori i bisogni formativi del club, e valutare insieme a loro come ottimizzare l’investimento in formazione. Non solo si potrà in questo modo giungere a una scelta più razionale, ma ci si farà un’idea della serietà dell’organizzazione e delle modalità di formazione dei relatori. Successivamente, si presenterà la formazione ai propri collaboratori come momento lavorativo essenziale per acquisire una adeguata professionalità, facendo loro capire il valore dell’investimento, così da creare aspettative e entusiasmo nello staff che parteciperà ai corsi. Tenete presente che per un relatore non c’è situazione peggiore (e lo dico con cognizione di causa, ve l’assicuro!) di un’aula colma di persone demotivate e desiderose di essere altrove: il rischio è quello di non riuscire a trasferire i concetti necessari, e quindi di far sprecare tempo e soldi al titolare. Infine, si fisserà fin da subito un meeting post-corso, in cui i partecipanti esprimano le loro opinioni in libertà su quanto appreso e, se queste sono positive, creino una road-map sull’applicazione dei concetti nuovi, con relativi obiettivi condivisi con il titolare. In questo modo, si potrà operare, a distanza di qualche mese, un follow-up sia nel club con i collaboratori, sia eventualmente con la partecipazione a un altro corso di livello più elevato, sia infine chiedendo al relatore di organizzare un momento formativo ad hoc, magari presso il proprio club. In ultimo, un consiglio ai titolari: per quanto potete, partecipate anche voi ai corsi cui inviate i collaboratori anche di più bassa mansione; darete un segnale importante, contribuirete al miglioramento del clima aziendale, e controllerete in prima persona come vengono comunicati i concetti del corso.

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