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Un corso per istruttori in cui viene rilasciato un semplice “attestato di frequenza”, può essere valido? E come si fa a capire quali sono i corsi più rinomati? (Patrizia – Genova)
La discriminante è il riconoscimento, da parte del CONI, degli enti e delle federazioni che organizzano tali corsi. Questo non solo perché il CONI è un po’ “la mamma” dello sport italiano, e quindi certifica l’adesione o meno a determinati protocolli, ma anche perché la pratica sportiva non agonistica è certificabile se il club aderisce a enti di promozione sportiva affiliati al CONI, e potrebbe risultare “strano”, a eventuali ispezioni, il fatto di far lavorare istruttori che non abbiamo requisiti riconosciuti dall’ente primario che è il Comitato Olimpico. La dicitura “attestato di frequenza” è normale, anche perché aderente alla realtà. Se poi è segnalata anche la partecipazione e il superamento di esami di idoneità, meglio ancora. Ma l’importante è l’ente emittente: si può scrivere quello che si vuole su quel papiro, ma se chi lo emette non ha i requisiti, il suo valore è pressoché nullo.
Quanto al valore dei corsi, credo che ci si possa riferire sia al prestigio derivante dal numero di anni in cui l’ente è sul mercato e, soprattutto, dal valore riconosciuto degli insegnanti; ma si potrebbero anche “sfruttare” le associazioni di riferimento (l’ANIF è una di queste, ad esempio) e le proprie conoscenze personali: non sarebbe un delitto alzare il telefono e provare a sentire cosa ne pensano colleghi di altre realtà, magari anche, e perché no?, diretti concorrenti. Anche se alla fine la decisione è personale, la raccolta preventiva di quante più informazioni possibili andrebbe sempre fatta, usando ogni modalità possibile.

Cosa ne pensa della vendita di abbonamenti attraverso Groupon? (Luca – Verona)
Premessa: personalmente, non ho nulla contro il cosiddetto “couponing”, cioè la vendita sul web di buoni che danno diritto a acquisire beni o servizi a un prezzo fortemente scontato grazie alla formula del “gruppo d’acquisto”. Dopo il boom di Groupon, nata nel 2008 a Chicago e sbarcata in Italia due anni dopo, molti altri competitor si sono infilati in un mercato che appariva molto promettente (e che negli ultimi mesi mostra invece già la corda).
Per le palestre, così come per ogni altra azienda, questa può essere un’opportunità. A patto di saperla usare al meglio. Innanzitutto va posta molta attenzione a “cosa” si vende su Groupon. Meglio inventarsi formule non presenti a listino, piuttosto che vendere trimestrali o, peggio, annuali: la presenza di soci che entrano pagando il 60% in meno degli altri potrebbe comportare problemi di gestione di tipo personale. Inoltre, non va dimenticato che si stanno abbattendo non solo i ricavi, ma anche i margini, che per abbonamenti di media-lunga durata già sono bassissimi se non negativi. Quindi, vendere in questo modo ha un senso se si possiede una struttura commerciale in grado di trasformare i numerosi nuovi ingressi in clienti fidelizzati. In caso contrario, si avranno dei perfetti sconosciuti che deambulano per la palestra, intasando gli spazi nei momenti peggiori, e creando quindi notevoli danni in termini di immagine e, a medio termine, di fidelizzazione tra gli iscritti.

Infine, vanno considerati i costi di aziende come Groupon: un tempo arrivavano anche al 50%, oggi si può trattare per avere anche meno del 20%, ma queste commissioni si aggiungono agli sconti già praticati. Ecco perché, se proprio si desidera vendere sul web, è preferibile attuare un e-commerce personale, direttamente dal proprio sito o via Facebook. I software ad hoc ci sono e costano molto poco (quando non sono gratis), non si pagano commissioni a enti esterni, e case history recenti mostrano possibilità di notevoli ricavi a brevissimo termine.

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