Come attuare un recupero funzionale in palestra e affiancare il lavoro dei medici in maniera efficace

La distorsione è la perdita momentanea ed incompleta dei rapporti articolari fra due capi ossei. La stabilità di un’articolazione dipende dai vincoli intrinseci costituiti dalla configurazione ossea e dal contenimento attivo e passivo dei tessuti molli. La caviglia garantisce sostegno all’intero corpo, coadiuvata da altri organi di senso. In posizione neutra, è un’articolazione abbastanza stabile dato che la porzione anteriore della troclea astragalica risulta stretta nel mortaio tibioperoneale (fig. 1).
Il contenimento attivo dei tessuti molli dipende dall’unità muscolotendinea coinvolta nel movimento e nel sostegno articolare. Il sostegno passivo è garantito, invece, dai legamenti mediali, laterali e posteriori e dalla sindesmosi (fig. 2). Il complesso legamentoso laterale è la struttura maggiormente coinvolta nelle distorsioni. I più comuni infortuni della caviglia comportano la lesione o strappo isolato del LAPA (leg. astragalo-peroneale-anteriore), a volte combinato con il LPC (leg. peroneo-calcaneare). Interessata risulta, spesso, anche la volta plantare (arco longitudinale laterale) ed il leg. arcuato.

Dinamica lesionale
È di solito una supinazione traumatica del piede in flessione plantare a cagionare l’evento distorsivo. Il leg. laterale viene teso oltremodo, innescando una risposta neurologica a mezzo di recettori quali: neuro-legamentosi\fusi neuro-muscolari\otg, che interessa anche i muscoli dorsiflessori della caviglia ed adduttori come il peroneo lungo ed il tibiale posteriore. Questa risposta avvia una reazione muscolo tendinea da stiramento, cagionante una immediata, a volte eccessiva, contrazione muscolare a livello della caviglia stessa e della componente laterale della gamba. Ciò evince un adattamento distale del perone, il quale si allontana dalla tibia e risale cranialmente provocando una disfunzione biomeccanica a livello prossimale, ovvero al ginocchio (articolazione tibioperoneale), che a mezzo di compensi, attraverso le catene osteomuscolari, può risalire lungo la colonna.

In letteratura si distinguono 4 gradi distorsivi :
Grado 0 tilt astragalico < a 8°
Grado 1 tilt astragalico (10°-20°),
rottura leg. peroneo-astragalico anteriore
Grado 2 tilt astragalico (20°-30°),
rottura leg. peroneo-astragalico anteriore e peroneo calcaneare
Grado 3 tilt astragalico > a 30°,
rottura dei tre legamenti.

Sintomatologia
A prescindere dalla gravità della lesione, i sintomi appaiono essere alquanto oggettivi, quindi la cosa diviene evincibile a mezzo di una indagine strumentale.

a. Dolore vivo, a livello della zona anteriore del malleolo peroneale
b. Tumefazione periarticolare ed articolare, segno della rottura della piccola arteriola passante al di sopra del legamento peroneo-astragalico anteriore (segno di Robert-Jaspert)
c. Limitazione funzionale antalgica e meccanica
d. Instabilità dell’ articolazione tibio-tarsica

A questo evento, spesso, permane un dolore residuo abbastanza significativo comportante una limitazione funzionale. Anche dopo cure specifiche una percentuale variabile di soggetti (dal 10% al 30%), lamenta una sintomatologia cronica caratterizzata da:
– sinoviti
– tendinopatie
– rigidità – aumento di volume
– dolore ed insufficienza muscolare, associati o meno ad instabilità del collo del piede con difficoltà deambulatoria
– episodi distorsivi recidivanti.

Questo accade perché il danno traumatico non avviene solo a carico del tessuto legamentoso, ma anche del tessuto nervoso e muscolo-tendineo, intorno, quindi all’intero complesso tibiotarsico.

Trattamento
Risulta strutturato in 4 fasi ad indirizzo specifico (tab 1):
1. acuta
2. sub-acuta
3. di rieducazione funzionale
4. di prevenzione

Esperienza sul campo
A. M. di anni 21, donna, h = m 1,79 x kg 65, giocatrice professionista di pallavolo. In febbraio 2009 ha subito una lesione tibiotarsica in inversione di grado 1 con relativo intervento chirurgico di ricostruzione in marzo dello stesso anno. Durante le fasi acuta e subacuta la caviglia è stata rieducata con tecniche osteoarticolari a mezzo di manovre osteopatiche per circa 2 settimane. A tre settimane dall’intervento, il soggetto comincia la rieducazione dinamica in palestra.
Maggiore attenzione, considerando il lavoro già effettuato dall’Osteopata, dovrebbe essere data alla propriocezione neuromuscolare onde favorire un precoce ritorno alle normali attività quotidiane, ed, in questo caso, all’attività agonistica. Il programma dovrà essere variato ogni 2 settimane circa (tab. 2). Ad oggi l’atleta è tornata pienamente a svolgere la sua attività, con ottimi risultati, grazie anche ai protocolli di prevenzione adottati.

Francesco Barbato

Commenta con Facebook

Commenti