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Ciascuna palestra dovrebbe definire la sua categoria di appartenenza e renderla chiara agli utenti finali. Come accade per gli hotel, dove il numero di stelle indica la quantità di servizi a disposizione

Circa 15 anni fa cominciavo a lavorare come direttore sportivo in un prestigioso country club e ricordo che, provenendo dall’unica (allora) catena di centri fitness di Milano dal nome altisonante, circolavano commenti del tipo: “caspita, il fitness sta prendendo una piega importante!”. Successivamente, invece, il fitness ha preso una piega tutt’altro che importante, anzi ha iniziato a percorrere una strada di abbattimento dei prezzi di listino per attirare sempre più clienti e convincerli che, in fin dei conti, andare in palestra non era un costo proibitivo. Nel frattempo è accaduto che tutte le spese di gestione sono salite vertiginosamente, le utenze (luce e gas, per non parlare del gasolio), gli affitti delle location, gli stessi arredi e attrezzi hanno subito aumenti continui, mettendo in seria difficoltà i proprietari e i gestori dei centri.
Ad aggiungersi a tutto ciò si sono messi anche alberghi e centri estetici che, con l’idea di creare spa e spa/wellness, hanno ulteriormente complicato la vita agli operatori del fitness, spingendoli a realizzare terme o mini spa per ingolosire i clienti, caricandosi ulteriormente di costi di realizzazione elevatissimi. Se poi vogliamo peggiorare ancora un po’ il quadro, non possiamo dimenticare la nascita delle catene straniere appannaggio di forti brand. Esse non hanno fatto che mettere ancora più in difficoltà il povero singolo operatore/imprenditore il quale, non avendo la disponibilità economica che possiedono i marchi stranieri, non può far altro che abbassare ulteriormente il suo listino già molto risicato.

Le stelle nel fitness

Sono partito volutamente da una situazione di estremo lusso per sottolineare un punto essenziale: è assolutamente necessario chiarire l’offerta al pubblico per non trovarsi successivamente a dover prendere decisioni di ripiego poco utili ai fini del bilancio. Nell’arco di questi anni ho sentito ripetere spesso che il wellness dovrebbe essere regolamentato con il sistema delle stelle come gli alberghi. Ma perché ciò non accade mai? Innanzitutto a causa della totale assenza di un’associazione che possa raggruppare tutti gli operatori, che li rappresenti regolamentando la loro presenza e, in un secondo momento, per la mancanza di una tabella che definisca le categorie e i livelli. Sarebbe auspicabile e necessario che si formasse una commissione nazionale che rappresentasse la categoria e che cominciasse a studiare i livelli di appartenenza.
Ecco che allora possono formarsi livelli da cinque stelle (per usare l’analogo sistema degli hotel) da quattro, da tre e così via. Questo non vuol dire che un centro da 2/3 stelle sia pessimo, ma che chi si iscrive in uno di essi è consapevole del fatto che non troverà la spa, il servizio asciugamani o il medico in sede. Credo che in questo modo possano essere maggiormente tutelati e rispettati gli interessi di tutti gli operatori e, soprattutto, venire rispettato anche il listino di ognuno, senza creare confusioni e successive “guerre dei poveri”. Quando non c’è chiarezza nella definizione del livello del centro si finisce solo a farsi la guerra sul prezzo, abbassandolo sempre di più e finendo ad impoverire totalmente lo stesso settore. Se si arriva a proporre prezzi chiaramente “sottocosto”, si mette in discussione la stessa credibilità del settore del wellness. Non è un caso che il comparto non riesca a definirsi tale di fronte ad imprenditori di altri settori; gli stessi istruttori ancora oggi lamentano problemi di immagine.

Il low cost
Nasce da qualche anno a questa parte il “low cost” che ha creato già confusione e dubbi in altri campi, immaginatevi nel settore palestre… Tutti noi operatori conosciamo i costi degli affitti delle location, sappiamo che nelle città, quando si riesce a trattare 100,00 euro al mq è già un successo e i conti si fanno in fretta: tolta l’iva, l’affitto, le utenze e il costo del personale, resta poco (senza contare l’investimento iniziale). Due sono allora le strade da percorrere: o si aumenta il listino o si aumenta il pubblico. La prima soluzione fa correre il rischio di uscire dal mercato e la seconda di determinare un sovraffollamento e quindi un disservizio. Se poi si aggiunge che, per ottenere un incremento del pubblico si abbassa il prezzo, allora si ottiene un doppio risultato negativo: sovraffollamento con relativo aumento dei costi di manutenzione e rischio di creare una perdita di bilancio. Tutto ciò determina dei paletti sulle scelte dell’operatore: si può fare tutto ma rimanendo nei margini, altrimenti ci si fa del male e lo si fa ai concorrenti. Sì, perché se si esce sottocosto il pubblico ti prende come esempio di mercato, non riconosce il valore aggiunto e rifiuta qualsiasi aumento eventuale di prezzo.
Con questo non voglio dire che non si possa proporre il low cost, ma ritengo che sia necessario mantenere fermi alcuni punti di chiarezza: chi applica il low cost deve avere il coraggio di sostenerlo e di informare il pubblico sulla carenza di determinati servizi. Chi lo applica non deve lavorare sottocosto mettendo a rischio l’immagine di tutto il settore (ci sono stati operatori che si sono trovati in tale difficoltà da non riuscire a pagare l’affitto o i fornitori). Quando si verificano queste dinamiche nel mercato del lavoro si crea una diffidenza che finisce per ripercuotersi su tutti, mettendo in crisi anche chi lavora correttamente e con impegno. Istruttori e fornitori non pagati danno origine ad un girone infernale che coinvolge tutti e provoca diffidenza, o addirittura rifiuto, da parte delle banche. Se provate a parlare con un direttore di banca scoprirete che, alla richiesta di un normale fido per la gestione di una palestra, al fine di operare con tranquillità, la sua reazione sarà negativissima, proprio per la pessima immagine che si è fatta il settore del fitness.
Palestre ultra affollate non possono dichiarare di offrire lo stesso servizio di palestre con prezzi più alti. Allora ritengo che ciò debba in qualche modo essere riconosciuto da parte del cliente. Se io devo scegliere un albergo, so cosa offre la pensione da due stelle e cosa offre un hotel a cinque stelle e mediamente non mi aspetto sorprese.
Esiste il libero mercato ma se questo vuol dire operare in modo avventuriero, non va accettato. Se parliamo continuamente di qualità del servizio, di sviluppo di programmi, di qualificazione del personale, allora dobbiamo essere tutti impegnati a far sì che queste voci vengano rispettate e sostenute da un prezzo congruo e da alcune regole essenziali. Tutti devono richiedere un certificato medico di buona salute, ci sarà poi il centro che offre il servizio interno e quello che richiederà che il certificato venga portato da fuori. Ci sarà chi è in grado di offrire una spa, chi avrà solo sauna e bagno turco e chi non avrà nulla e offrirà semplici docce o, ancora, chi offrirà una palestra attrezzi senza docce. Ma tutto ciò deve rispettare un listino corretto che riconosca i vari livelli di servizi. Spero che quanto scritto sia di riflessione per tutti gli operatori perché oggi dobbiamo difendere la categoria e sostenerla per poter successivamente imprimerle un forte e chiaro slancio nel mercato.

Fabio Swich

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