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Il coach non è solo colui che ti porta all’obiettivo, ma è colui che è in grado di rimuovere le credenze limitanti

`I guerrieri vittoriosi prima vincono e poi vanno in guerra, mentre i guerrieri sconfitti prima vanno in guerra e poi cercano di vincere` Sun Tzu

Direi che la frase riportata di Sun Tzu (generale e filosofo cinese, vissuto probabilmente fra il VI e il V secolo a.C., a cui si attribuisce uno dei più importanti trattati di strategia militare di tutti i tempi, L’arte della guerra) esprime bene cosa voglia dire “avere la mentalità vincente”.
Allo stesso proposito ricordo ancora bene come il mio maestro di Arti Marziali, nell’insegnarmi la mentalità vincente, mi facesse notare l’atteggiamento dei gatti quando saltano (per esempio sopra un muretto):
“Guarda bene – mi diceva – osserva il gatto quando si prepara al salto: se osservi con attenzione noterai che il suo spirito salta prima del corpo, e il corpo lo segue. Non sbaglia mai. Egli è perfettamente concentrato in quello che fa, non ha tensioni né paure. Il salto del corpo (sul muretto) è la conseguenza di ciò che il gatto ha già fatto nella sua mente. Egli è se stesso”.

Chi è abbonato a Netflix avrà probabilmente visto il documentario su Rich Froning (sportivo statunitense professionista di CrossFit, noto per i suoi successi in tante edizioni dei CrossFit Games). Trovo significative le sue parole durante la partecipazione ai CrossFit Games del 2014:
“Fisicamente sto in forma; fisicamente sento di poter far questo per altri sette, magari dieci anni. Ma a livello mentale HA UN PREZZO. MENTALMENTE è tutta un’altra cosa. Quindi vedremo”.

Stiamo parlando di un “ufo”, di un uomo abituato a vincere, abituato a lavorare sodo,
con le idee chiare, col testosterone a 1000, un maschio alfa. Di uno che si allena sette volte
al giorno per cinque giorni alla settimana, consapevole delle proprie capacità, dotato per natura. MA… ma. Ma lui CAPISCE QUANTO IMPORTANTE SIA LA PARTE MENTALE.
E se osservi, non scrivo “anche lui capisce”… scrivo “lui capisce”. Sarebbe bello poter scrivere “anche lui”: ciò significherebbe che ANCHE altri, molti altri (anche tu che leggi) avreste capito l’importanza della parte mentale.
Ma la realtà è un’altra. Almeno fino a oggi. Almeno qui in Italia.

Da quanto tempo si parla della parte mentale nella preparazione sportiva?

Ho comprato il mio primo libro di Coaching Sportivo nel 1987. Il libro si intitolava Peak Performance: Mental Training Techniques of the World’s Greatest Athletes di Charles Garfield. Questo per dire da quanto tempo sia noto quanto sia importante la parte mentale nella preparazione sportiva. Ma dal 1987 a oggi pochi passi avanti si son fatti. Una delle prime frasi che mi colpì in questo libro fu: “Uno dei compiti principali per la preparazione degli atleti alle competizioni è la formazione di una solidità psicologica”.
Ed è qui che entra la figura del COACH, colui che fa coaching sportivo.

Il vero significato di Coaching

Purtroppo, dal 1987 a oggi, pochi hanno veramente capito cosa sia fare COACHING.
Lo hanno scambiato con le incitazioni tipo Sergente Hartman nel film Full Metal Jacket,
lo hanno scambiato con frasi fatte tipo “No pain no gain” o “Volere è potere” e altre simili. Hanno scambiato la figura del COACH come “colui che ti porta all’obbiettivo”, che non è sbagliato, ma la cosa non finisce lì.

La realtà è che il COACH va BEN OLTRE. Il coaching sportivo è, appunto come menzionato nella frase del libro di Garfield, una formazione di solidità psicologica, dove l’atleta impara che la sua vita non gira attorno agli obbiettivi che egli si pone e raggiunge, ma impara invece ad usare gli obbiettivi come mezzo per esprimere la soddisfazione della sua vita.

Per capirci: Valentino Rossi corre in moto perché gli piace. Lui lo fa per questo, non per i soldi, non per vincere. Anche per vincere e per i soldi. Ma tutto ciò viene DOPO il fatto che a lui LO SODDISFA CORRERE IN MOTO. Gli obbiettivi delle gare sono il suo mezzo
per esprimere la sua soddisfazione, così egli è se stesso, tanto quanto il gatto che salta sul muretto.
Nel film Ogni maledetta domenica il famoso monologo di Al Pacino alla squadra infiamma gli animi di chiunque, fa venire la pelle d’oca e battere forte il cuore. È un’incitazione a non mollare, a guardare sempre avanti e porsi obbiettivi raggiungibili e progressivi; ma la vera essenza del coaching sta nell’ultima frase: “Ogni maledetta domenica si può vincere o perdere; l’importante è vincere o perdere da uomini”.

Cito un ultimo esempio, ma potrei andare avanti parecchio. Nel film Stars Wars – L’impero colpisce ancora c’è la scena nella quale Skywalker deve tirar fuori la sua navicella dal lago e, nonostante sia consapevole di essere uno jedi, CREDE di non riuscire. Lui VUOLE tirarla fuori, lo vuole con tutto se stesso. Ma fallisce nel tentativo.
Questo stralcio di film è forse il più alto esempio di coaching sportivo. Per Skywalker, che sa sollevare pietre con la forza della mente, sollevare la navicella “è diverso”. E Yoda, grande COACH, risponde: “Solo diverso è nella tua mente”.

Quante volte un atleta, anche consapevole delle proprie capacità, si blocca su una prestazione che NELLA SUA MENTE è troppo difficile?
E, secondo punto focale della scena, quando Skywalker risponde a Yoda “Ok ci provo”, Yoda di rimando gli dice. “NO. Fare. O non fare. Non esiste provare”.
Di fatto, nella mente dell’atleta se si insinua l’idea di “provare” significa contemporaneamente lasciarsi una possibilità di fallimento. E qui torniamo alla frase di Sun Tzu che divide i guerrieri che hanno già vinto da quelli che provano a vincere.
Alla fine sarà Yoda a tirar fuori la navetta spaziale dal lago… e quando Skywalker gli dirà “Non ci posso credere!”, Yoda risponde: “Ecco perché hai fallito”.

allenamento in sala pesi

I compiti di un Coach

Oggi molti, troppi trainer si fanno chiamare coach per moda, perché lo sentono usare…
ma non hanno la più pallida idea di cosa sia veramente un coach. Non basta urlare nelle orecchie dell’atleta, non basta dire “dai che ce la fai, spingi, tira, fagli vedere chi sei”.
E neanche esaltarlo dicendogli “sei il numero uno”, “sei il figlio di dio”, “sei il migliore”…
che peraltro, dopo che uno si sente dire “sei il migliore” e magari sbaglia qualcosa o viene battuto da un altro va in confusione ancor di più…
Yoda non fa nulla di tutto ciò, nella scena del film.

Fare coaching è un lavoro che si fa ogni giorno (no una tantum, o un allenamento sì e due no) dove si alimenta il fuoco che c’è dentro l’atleta, che fa aumentare l’autostima in seguito alla forte credenza di essere comunque all’altezza, di essere comunque orientati nella direzione dell’eccellenza. E l’eccellenza è un’abitudine, non credere questo è già una convinzione limitante. Ogni abitudine è una visualizzazione e una ripetizione di un’azione.
Se io continuamente visualizzo di essere eccellente e ripeto, ripeto, ripeto continuamente uno o più gesti nella visualizzazione di un “me eccellente”… non è scontato che vincerò le Olimpiadi, ma ciò che farò sarà libero da interferenza.
Quando ho iniziato a fare weightlifting tutti si sorprendevano di come imparassi velocemente e mi applicassi senza paure. Ma io ogni volta che entravo in palestra mi immaginavo di essere Klokov (campione mondiale di weightlifting russo), respiravo come lui, lo imitavo in ogni cosa. Cercavo di pensare come avrebbe pensato lui. Mi sono anche allenato con lui per imparare meglio cosa fa, come lo fa, e cosa pensa mentre lo fa.
Del resto nel regno animale come fanno i cuccioli di ogni razza o i bambini ad imparare? Copiano ciò che vedono fare e ripetono ripetono ripetono all’infinito le stesse cose, senza giudizio, senza l’alternativa di poter fallire; ovvero il fallire in realtà è di sprono a migliorare.

mental coaching

Ma se dentro l’atleta c’è il tarlo dell’insicurezza, del dubbio sulle proprie capacità, si installerà la credenza limitante di non esser capace. E se lui per primo NON CREDE di potere, anche se in realtà potrebbe, nella sua mente lui non può.
Questa interferenza purtroppo ci viene man mano che cresciamo quando sopraggiunge la “paura del giudizio”. Sbaglio, quindi non sono bravo, quindi non merito, quindi non sono all’altezza. Questo mina l’autostima.
Lavorare di mental coaching richiede il passaggio di diversi stadi.
Più importante di tutti per l’atleta è l’allineamento di pensiero. Partendo dalla sua identità, passando per i suoi valori, le sue credenze, le sue convinzioni. E da lì individuando le credenze che sono limitanti, e che quindi fungono da auto-sabotaggio nelle prestazioni.

Potremmo usare questa formula:
PRESTAZIONE/RISULTATI = POTENZIALITÀ – INTERFERENZE.
Dove le interferenze sono appunto le convinzioni limitanti, i blocchi, le paure.

In cosa consiste il coaching sportivo

Il coaching si occupa di far trovare all’atleta le risorse, le strategie e i mezzi che ha per poi agire e superare suddette interferenze.

Per fare coaching sportivo serve:

  1. Capacità di creare empatia con l’atleta
  2. Sincero interesse su CHI è l’atleta come persona
  3. Studiare quali sono i suoi livelli di pensiero, quindi la sua identità, le sue credenze, le sue risorse, i suoi comportamenti
  4. Sapergli dare la consapevolezza di avere ulteriori risorse e strategie dove poter attingere per migliorare e/o per togliere le sue paure o le sue convinzioni limitanti
  5. Saper fare continuamente delle visualizzazioni potenzianti
  6. Insegnare l’Auto rilassamento.

A me son serviti circa dieci anni per poter dire di essere “abbastanza” padrone della materia. Ma applicandosi ogni giorno basta anche meno.

Io ho personalmente avuto più volte prova di quanto la giusta impostazione mentale dia risultati incredibili, che a volte permettono a un talento medio di superare un talento d’élite. La “testa” è ciò che fa la differenza fra uno sportivo di talento e un vero campione. L’atteggiamento è il motore delle prestazioni, può inibire bruscamente la performance atletica causando scarsi risultati o potenziare drasticamente il reale talento portando soddisfazione e profondo appagamento.

Per quanto mi riguarda, potrei catalogare tre grandi aree dove il Mental Coaching agisce per portare un atleta da talentuoso a campione:

  1. TALENTO, ovvero ciò che già abbiamo dentro di noi, ognuno nella sua misura, e potenziarlo al massimo;
  2. FOCUS, ovvero la capacità di concentrazione e di visualizzazione della vittoria (vedi sempre frase di Sun Tzu)
  3. CONTROLLO, ovvero la capacità di mantenere la lucidità e la calma su ogni situazione al fine di evitare le tensioni che ci fungono da palla al piede.

Mi auguro di esser riuscito a passare l’importanza di questa parte della formazione dell’atleta e della performance. Perché anche se non dico nulla di nuovo, ancora non vedo l’applicazione di quanto descritto in questo articolo dal 90% dei trainer (e dei loro atleti
di conseguenza).

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