Vi proponiamo un excursus sul modo di intendere il fitness e sull’evoluzione dell’approccio all’allenamento negli ultimi 15 anni

Circa quindici anni fa, quando ho iniziato a lavorare in palestra, erano mille i dubbi che mi riempivano la testa spingendomi a ricercare e studiare, per trovare la formula segreta su come allenare al meglio le persone. Oggi un’unica certezza mi accompagna in ogni avventura: non si finisce mai di imparare! Per molti anni mi sono concentrato sui migliori metodi per incrementare la forza, bruciare più grassi o correre più forte. Appurato che ogni essere umano, in quanto unico, necessiti di un metodo differente, recuperi variabili, micro e macro cicli diversi, l’unica vera risposta è sempre stata generata dalla pratica e dai tentativi.

Quantità
In ogni caso, molti protocolli di lavoro si sono sempre basati sulla quantità di lavoro, e l’unica qualità conferita all’allenamento era data dall’esecuzione stessa dell’esercizio, accettando tecniche di cheating (ripetizioni non perfette) pur di alzare sempre l’asticella del carico. Negli ultimi 5 anni si è iniziato, poi, a parlare di allenamento funzionale (FT), una parola magica che rimetteva tutto in discussione. I primi anni di questa nuova disciplina sono stati caratterizzati da mega circuiti, sudate eccezionali e qualche piccolo infortunio. Il grande regalo che il FT ha fatto al nostro settore, è stato quello di aprire mille piccole nuove finestre di lavoro, altrettanti dubbi e molte scuole di pensiero.

Test
Tra tutti questi dubbi, però, anche alcune certezze hanno iniziato ad affiorare in termini di qualità e di professionalità. Possiamo contare numerosi test nell’ambito dell’allenamento, ma in un’epoca di quantità i test erogati sono sempre stati atti a valutare il livello di quantità di lavoro espresso. Basti pensare ai test di forza massimale, di Cooper, di Conconi, ecc. Addirittura un test di flessibilità era puramente utilizzato per valutare quanto un muscolo o un distretto articolare era flessibile. Pochissima bibliografia era utile a capire la qualità di un movimento o la capacità muscolare di stabilizzarne la forza.

Tra i primi test degni di nota, troviamo il Functional Movement Screening (FMS): uno strumento di valutazione utilizzato per identificare limitazioni o asimmetrie in sette schemi di movimento fondamentali, basilari per la qualità funzionale del movimento. Il test viene sottoposto ad individui che non lamentano dolori correnti o lesioni muscolo-scheletriche, in caso contrario lo screening indicato sarà il Selective Functional Movement Assessment (SFMA). Effettuare un test FMS richiede poco tempo in termini operativi, ma molto in termini di preparazione tecnica.

Una delle mie filosofie preferite applicate al lavoro dice: non puoi trovare ciò che non conosci. Ecco che diventa importante imparare a valutare la qualità e non solo più la quantità, ed ecco che si passa a parlare di movimento e non solo più di allenamento.

Qualità
Dividere il movimento in categorie ha creato alcune certezze nel campo della programmazione. Prima fra tutte: non esiste quantità di lavoro, senza prima aver curato la qualità del movimento. In ambito funzionale, sono nate correnti di pensiero e vere e proprie metodologie, come il Tacfit, che con il programma CST ricerca la mobilità articolare e la massima funzionalità di movimento. Ground Force Method (GFM), invece, segue le logiche di FMS, per creare degli esercizi correttivi e nuovi pattern motori, basandosi sulla teoria dell’homunculus motorio, ovvero una rappresentazione del corpo umano grottesca e sproporzionata.

Nella figura dell’homunculus ogni parte del corpo è rappresentata, non in base alla sua reale dimensione, bensì in base al numero di recettori presenti. Le mani giocano un ruolo fondamentale nel rapporto tra il movimento e le informazioni che arrivano al cervello e per questo motivo, tutti gli esercizi vengono effettuati in appoggio a terra. Un altro grande passo avanti nell’allenamento è stato fatto anche grazie al release miofasciale, che nel functional training è rappresentato da Trigger Point, un’azienda americana che sposa la scienza della miofascia e dell’interconnessione tra tessuti. Questo spiegherebbe l’inefficacia dello stretching in protocolli di mobilità articolare, apportando nuove tecniche di automassaggio e di stimolazione del tessuto connettivo pre e post allenamento.

Se penso a tutte queste cose e ripenso a 15 anni fa, ai miei albori da professionista, mi rendo conto, oggi più di allora, di quante cose non immaginavo nemmeno l’esistenza e mi porto dentro la consapevolezza che il nostro settore ha ancora molte cose da insegnarci. Di una cosa però sono certo: un buon professionista, oggi, ha tutti gli strumenti necessari per fare enormi passi avanti rispetto al passato e per anteporre sempre la qualità alla quantità.

Amir Lafdaigui

 

Commenta con Facebook

Commenti