Quando il fitness perde il suo know-how

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Una riflessione sulle difficoltà del settore e un’esortazione a non tirare i remi in barca in questo periodo di crisi economica generalizzata

Analizzando bene la storia del settore fitness scopriamo che onestamente nell’arco dei suoi 30 anni di vita, più o meno, non vi è stato un grande ricambio generazionale nelle posizioni di rilievo. Responsabili di club che hanno fatto la scelta di continuare ad operare nel campo, managers, direttori, gestori e titolari di fitness club che hanno deciso di rimanere nello stesso ambito, cercando di dare il loro apporto attraverso riviste, convegni o fiere, proponendo organizzazioni, consulenze, nuovi prodotti commerciali e quant’altro. Questo fenomeno potrebbe essere valutato dagli operatori esistenti forse come una fortuna, con un ragionamento del tipo “meno siamo e più lavoriamo”. Ritengo tuttavia che questa sia un’analisi errata, e anche un tantino presuntuosa e poco lungimirante. Lo scarso ricambio generazionale provoca una stasi nello sviluppo. Trovarsi sempre gli stessi non porta nuove idee e nuovi stimoli. Non bisogna mai temere il nuovo, al contrario, questo va accolto con serenità e umiltà, cercando di confrontarsi e di far valere la propria esperienza come elemento rassicurante. A volerla dire tutta servirebbe che “veterani” del settore e nuove leve si incontrassero proprio per un confronto e per trovare nuove linee guida che ci possano aiutare ad uscire da queste sabbie mobili in cui è caduto il settore. Sì, perché è di questo che stiamo parlando: il forte aumento dei costi affiancato alla crisi economica con conseguente calo delle iscrizioni ha portato il mondo del fitness a dover fare i conti con ardui tentativi per rimanere a galla. L’avvento dei low-cost ha creato secondo me ancora più confusione: perché se è vero che si può scegliere tra “pochi soci ad alto prezzo e tanti soci a basso prezzo”, è vero anche che occorre partire da un business plan che copra comunque i costi fissi e la gestione, altrimenti continua a non stare in piedi.

Puntare sulla professionalità
Credo che proprio per questo motivo le nuove possibili leve si siano spaventate e non si siano avvicinate più di tanto. Aggiungerei anche che, ultimamente, i più giovani hanno perso un po’ il senso della realtà: la carriera nel fitness è limitata e poco remunerativa, e non si può pensare di guadagnare cifre che non sono nemmeno sostenibili a bilancio. Ma è proprio questo il punto, stiamo parlando di un circolo vizioso che ci sta trascinando in basso. I centri non guadagnano, i manager non guadagnano e i servizi scadono, e si ricomincia al ribasso finché toccheremo il fondo. Ho detto all’inizio che, essendoci poco o niente ricambio generazionale, sono pochi coloro i quali continuano a crederci e a rimanere nel settore, ma tra questi pochi sono numerosi gli operatori (che io conosco) che hanno dato tantissimo, che hanno affrontato sacrifici e investimenti e che hanno accumulato tanta esperienza. E alcuni di loro stanno pensando di lasciare, di cambiare attività. C’è chi mi ha confessato che pensa di passare alla ristorazione oppure a fare l’agente di vendita di prodotti di qualsiasi tipo. Tutto ciò è molto triste: se lasciamo che accada il settore ne pagherà le conseguenze, perderà conoscenza, esperienza, idee e indebolirà ulteriormente il mondo del fitness. Per evitare che ciò si verifichi occorre tenere duro sulla nostra professionalità, non svenderla! Essere in linea con il mercato ma non puntare al ribasso, occorre confrontarsi e credere in quello che si fa, non farsi prendere dal panico. Bisogna controllare gli investimenti, contenersi, perché è meglio essere più piccoli ma con buoni servizi piuttosto che grandi e sommersi dai debiti. Occorre rispettare i bravi professionisti e valorizzarli anziché pretendere solo sconti e abbattimento dei listini. Evidentemente un professionista che opera da tanti anni, magari con una famiglia a carico, non può pensare di farcela se tutti i giorni deve confrontarsi con debiti, battaglie al ribasso con la concorrenza e personale poco professionale che pretende lo stipendio a fine mese anche se è un lavoratore autonomo (salvo poi mancare quando vuole lui).
Lo sconforto è più che comprensibile. Questo articolo non vuole avere la presunzione di indicare qual è la soluzione, ma vuole essere uno stimolo a riflettere. Siamo in un momento economicamente difficile per tutti e in questi momenti credo che si debba partire o ripartire proprio da ciò che sappiamo fare meglio: dal nostro know-how, dalla nostra esperienza acquisita in tanti anni. Ognuno per la propria, è necessario crederci e sostenere questo bagaglio proponendolo e vendendolo per il suo giusto valore, affrontando novità tecnologiche e tecnico-sportive con la consapevolezza di voler rinforzare il settore e di conseguenza la propria struttura. Occorre mettere dei paletti e stabilire delle categorie basate sulle strutture, sui servizi e sul personale qualificato. Apriamo un confronto leale e costruttivo che possa far bene al settore in modo da poter ricostruire il nostro futuro e quello delle nuove generazioni, per realizzare programmi che possano mostrare agli operatori la possibilità di un minimo di carriera così che non scappino e abbandonino questo mondo che io trovo bello, divertente e sano.

Fabio Swich


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  1. Complimenti Fabio per le tue riflessioni! Professionalità ed innovazione a tutti i livelli sono indispensabili per il nostro settore. Abbiamo il “petrolio” sotto i piedi, possiamo essere un settore strategico per il benessere della Comunità.