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Le trappole mentali che condizionano le nostre azioni e minano la nostra autostima: impariamo a riconoscerle e a contrastarle

 

L’autostima è quel processo – fondato su percezioni di sé – che porta a valutare sé stessi. In altre parole è quello che proviamo nei confronti di noi stessi (la valutazione negativa o positiva che diamo alla nostra identità). L’autostima è un fattore fondamentale per creare un’identità forte nell’individuo. Tramite il concetto del sé (identità) e dell’autostima arriviamo a riconoscere noi stessi.

Sembrerà strano al lettore, ma proprio questo fattore è di fondamentale importanza per stabilire (con sé stessi) un costante e lungo tragitto sportivo. In altri termini l’abbandono dell’attività fisica subentra quando la persona (soprattutto per la serie di fallimenti che ha subìto in precedenza) smette di “tentare”, di provarci. Questi, spesso, rappresentano i casi più difficili su cui lavorare, poiché si tratta d’individui il cui tentativo di aspirare a una migliore condizione fisica è stato annientato da minacce alla loro individualità.

Ogni tentativo che la persona mette in atto è per così dire di natura “fondativa”, in quanto tende ad influenzare le esperienze successive. Così un evento “sfortunato” (come non raggiungere l’obiettivo prefissato) può portare ad ulteriori eventi sfortunati, rappresentando il primo anello della catena il cui risultato finale è il peggioramento progressivo. È quello che in psicologia si definisce senso d’impotenza appresa (learned helplessnes): un particolare atteggiamento di sfiducia, rinunciatario, che porta ad evitare di modificare gli eventi, di fare un qualcosa di specifico che migliori il proprio stato, perché vi è stato in passato un fallimento, si è associato “dolore” a tale circostanza. Potremmo affermare che (in molti individui) i tentativi sono come delle cartucce in un fucile: non conta chi ne ha più o meno ma è di importanza fondamentale riuscire a centrare il bersaglio. C’è chi riesce al primo colpo, c’è chi ha bisogno di più tempo. Tuttavia è probabile che sia tutta la catena (come l’alimentazione o i programmi di allenamento non confacenti al proprio atteggiamento mentale o alle caratteristiche biochimiche) nel suo insieme a determinare il risultato negativo, piuttosto che ogni singolo anello. Facciamo un esempio.

Le generalizzazioni che minano la fiducia

Ammettiamo che Massimo debba recarsi a Roma, ed io gli fornisca informazioni per andare a Milano. Massimo si ritroverebbe nella convinzione che quella strada da me indicata lo porterebbe a Roma. L’obiettivo (raggiungere Roma), dunque, sarebbe quello corretto, ma a essere sbagliate saranno le indicazioni. Immaginiamo, inoltre, che Massimo lungo il percorso venga assalito da dubbi sull’effettiva strada da percorrere, ed in questo caso io lo esortassi a non modificare il tragitto. Non sarebbe devastante? Allo stesso modo, affidarsi a una persona competente (istruttore/personal trainer/preparatore atletico/sport coach) che sappia metterci sulla “strada” giusta rappresenta una buona parte del successo a cui vogliamo aspirare. Il problema maggiore, tuttavia, si riscontra nel momento in cui le persone che apprendono informazioni errate da un amico, o da un istruttore che non prenda in seria considerazione le sue caratteristiche individuali, molto probabilmente in futuro non si “fideranno” più di nessun altro nella stessa posizione (un processo mentale noto come “generalizzazione”), anche se competente. Quando le persone “migrano” da un programma all’altro affidandosi a professionisti di “circostanza”, generando una sequenza di fallimenti, si verifica una insensibilità nei confronti dell’obiettivo stesso. Questa tipologia di persone abbandona l’attività fisica portandosi con sé il fardello di un senso di impotenza (tarlo della motivazione). Linguisticamente il tutto si riflette in frasi del tipo: «Non fa per me», «Le ho provate tutte», «Ho perso la voglia di provarci», «Non mi interessa più», ma anche «Non sono abbastanza bravo», «È troppo difficile», «Non riesco a farcela». Attenzione a questi indizi (soprattutto per gli istruttori e personal trainer che li acquisiscono, o almeno dovrebbero) che, oltre a focalizzarsi solo su ciò che non funziona, diventano delle profezie auto-realizzanti, soprattutto se si crede a chi, “rinforzando” con la sua ammonizione o la semplice conferma le suddette frasi, possiede più autorevolezza in questo campo (un campione, un istruttore/personal trainer, preparatore atletico ecc.).

Essere pigro o sentirsi pigro?

Noi continuamente assorbiamo stimoli dall’esterno e li facciamo nostri, soprattutto se sono ripetitivi o se contengono un’elevata carica emozionale. L’essere umano è sensibile a molte delle parole che sente, spesso inconsciamente, senza rendersene conto, soprattutto se queste risuonano con le proprie mancanze, paure, conflitti. Se, ad esempio, cento individui vanno da un altro a dirgli che è un imbecille, quest’ultimo finirà prima o poi col crederci. Così come se diranno che è un pigro, che non ce la farà, che non fa per lui ecc. Infatti, questo individuo, in futuro, non solo si ricorderà chi gli dava del pigro, ma questi ricordi causeranno delle sensazioni che, a loro volta, richiameranno alla mente altre persone che lo hanno criticato e che gli hanno detto cose simili… e così via, in un circolo vizioso.

Quando una persona si presenta nel mio studio provvista di questo repertorio di frasi, e mi dice chiaramente «Sono un pigro!», io rispondo: «E come fai a saperlo?». (Tali affermazioni vengono espresse dai clienti in base al loro stato mentale, non sulla base di oggettivi riscontri esistenti nella realtà). A questo punto di solito, la risposta è: «Be’ lo so, perché…», ed io li fermo subito: «No, non voglio sapere perché. Voglio sapere come fai a saperlo.» Ricevo delle risposte del tipo: «Perché non ho fatto mai nessun tipo di sport» (aggiungo che le persone tendono a generalizzare, «Non l’ho fatto mai» può voler dire «Non mi è capitato di farlo spesso»). Allora ribatto, appoggiandomi alla sua generalizzazione: «Se non l’hai mai fatto come fai a saperlo se ti piace o meno?». A questo punto risponde: «Be’, sinceramente ci sono state delle volte che…». Ed io: «Ah! Allora ci sono state delle volte….! Come le ricordi?». Da qui si può procedere all’estrazione e alla modifica delle submodalità e con l’ausilio di stati alterati e di leve motivazionali “riprogrammare” tali contenuti.

Un’altra risposta che si potrebbe dare in relazione all’affermazione «Sono pigro» può essere quella di mettere in discussione l’universalità dell’affermazione (un qualcosa noto come “quantificatore universale”), ossia: «Sempre, sempre? Ogni singolo momento, anche quando fai la doccia sei pigro?». Al che la persona potrebbe ammettere: «Chiaro, non esattamente sempre…». Allora lo incalzo: «Dunque, come fai a sapere quando è il momento di essere pigro!?». A questo punto alcuni rispondono: «Divento pigro ogni volta che ho tempo libero, che sono stressato, che non lavoro…». Si potrebbe ancora continuare: «Come fai a sapere che sei libero?». Risposta: «Perché la mia mente vaga». Ed io: «Quando la mente vaga che fa esattamente?», e lì arrivare a conoscere cosa succede nella sua mente (dialogo interno, immagini ecc.). In realtà gli individui presentano comportamenti pigri, ma non sono dei pigri (identità). I criminologi stanno attenti a questa differenza dicendo «Quell’individuo ha commesso dei crimini» piuttosto che «Quell’individuo è un criminale».

La paura di scontrarsi con il fallimento

Questa tipologia di individui tende ad associare il “dolore” all’attività fisica, non già all’allenamento in palestra, bensì alla probabilità
di scontrarsi nuovamente con un nuovo fallimento. Questo atteggiamento estremamente improduttivo ha profonde ripercussioni sui livelli di autostima, sulla concezione del sé e quindi sull’atteggiamento mentale e gli schemi comportamentali adottati. Il comportamento, dunque, diviene sempre più permeato dall’eventuale successo o insuccesso ai fini del raggiungimento degli obiettivi prefissati inducendo la persona a operare un confronto mentale tra come è e come dovrebbe essere.

Altro file rouge è che l’autostima influenza l’autoefficacia (cioè la consapevolezza di poter raggiungere un obiettivo), il tono dell’umore, le relazioni affettive, il successo nella vita in generale e le scelte di ogni tipo. Pertanto, questa sequenza può dare origine, con il tempo, ad un circolo vizioso sempre più intenso e devastante. Cosicché la persona in futuro tenderà ad auto-sabotare il proprio obiettivo, pur iniziando in modo deciso l’allenamento in palestra, soprattutto se i miglioramenti tenderanno a tardare. Nonostante auto-sabotaggi messi in atto da anni, niente è permanente e tutto può cambiare. Le catene possono essere spezzate e la condizione limitante evitata. Bassa autostima e sfiducia in sé e negli altri portano ad una ricetta catastrofica che grava sulla percezione della realtà distorcendola e inducendo spesso chi ne soffre verso la paura del fallimento. Naturalmente tutto questo presuppone che la persona non riesca ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni, compreso il fallimento. Tipico è di quando si teme di sbagliare un compito importante, spesso vengono addotte scuse che fanno generalmente riferimento a fattori fuori controllo: ansia o stress, il tempo, stato di salute, improvvisi contrattempi, e via dicendo. È meglio dare l’impressione di essere introversi, malati o sotto stress che apparire incompetenti o poco preparati. L’aver predetto il proprio fallimento a volte consola e giustifica: «L’avevo detto che avrei abbandonato…». Secondo la strategia di Berglas Jones, è come un livello che, se superato, diventa un buon trampolino per il successo… altrimenti nulla (Self-handicapping strategy).

Non comprendere questi principi può portare a eventi negativi che s’influenzano reciprocamente in maniera ciclica. Una percezione negativa degli eventi spesso genera abbassamento dell’autostima. Un abbassamento dell’autostima spesso porta a una cattiva concezione del sé (identità). Una cattiva concezione del sé conduce a una percezione della realtà distorta. Una percezione della realtà distorta causa la paura del fallimento, e così via.

Vivere nella paura del fallimento, o viverlo in modo negativo una volta che si verifica, è una visione che poggia su una percezione distorta della realtà, che va ristrutturata e affrontata, spesso, con nuovi modi di pensare. Iniziare, ad esempio, a sperimentare piccoli successi (migliorando con ogni successo l’auto-immagine), dividendo l’obiettivo in sotto obiettivi (ne parleremo nel prossimo articolo), darsi delle ricompense e attuare interventi di sponsorship, rappresentano parti del percorso che stravolge il circolo da vizioso a virtuoso. Il 90% degli individui che entrano in palestra possiede uno o più blocchi – a volte facilmente risolvibili – che si ripercuotono sulla pratica dell’attività fisica nel lungo periodo.

Ciò detto, concludo, dicendo che è meglio concedersi degli sbagli che non agire per niente! Una volta risolti i blocchi eventuali, i fallimenti non sono altro che “feedback”, esperienze istruttive utilizzate dall’interessato come bussola per proseguire e crescere in palestra. Un esempio ci viene dal modello T.O.T.E. della Psicologia Cognitiva, che può produrre un flusso di pensiero utile: «Ho sbagliato, STOP: torno indietro e cambio direzione. Ho sbagliato, STOP: torno indietro e cambio direzione. Ho sbagliato, STOP: torno indietro e cambio direzione….». Che cosa sono, infatti, i fallimenti se non dei risultati che si possono utilizzare in maniera produttiva? Ottenere il corpo che si vuole ha anche un riscontro positivo sulla propria autostima: studi hanno dimostrato che piacersi e mostrare un corpo armonioso aiuta a mantenere alta la stima di sé in altri ambiti della vita.

Un motivo in più per allenarsi!

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