Le Myofascial Compression Tecniques consentono di prevenire, riabilitare e migliorare la prestazione, potenziando l’elasticità muscolare e consentendo il ritorno del muscolo al suo stato naturale

Si è svolto a Bologna lo scorso marzo, il Simposio Nazionale 2014 sull’allenamento funzionale, durante il quale i diversi relatori hanno presentato innovative tecniche per il training degli atleti. A me era stato affidato il compito di illustrare rischi e problemi di eventuali errori di allenamento e la relativa prevenzione tramite specifici strumenti. E l’ho fatto basandomi su quello che ritengo uno dei principi fondamentali che regola il corpo umano: il principio della tensegrità.

Quando i muscoli non presentano disfunzioni, tutto il corpo risponde nel modo più efficiente. Sappiamo che i muscoli hanno due caratteristiche fondamentali, forza ed elasticità. L’elasticità muscolare è basilare per mantenere prestazioni di alto livello senza affaticamento e traumi. Le Myofascial Compression Tecniques, MCT, sono una forma di rilascio mio-fasciale ideata dalla Trigger Point Performance Therapy che consentono di prevenire, riabilitare e migliorare la prestazione potenziando l’elasticità muscolare e consentendo il ritorno del muscolo al suo stato naturale. Si tratta di tecniche di stretching e massaggio che usano la manipolazione del corpo intero per promuovere la cura e alleviare il dolore. Con queste tecniche si diminuisce la pressione nella fascia fibrosa del tessuto connettivo.

Come è noto, le guaine del tessuto connettivo che si presentano dense ed elastiche intessono i vasi, le ossa e anche i nervi, formando un’intricata rete tridimensionale che sostiene organi e articolazioni e agisce come un assorbente degli shock subiti dal corpo. Funzionalmente, il sistema mio-fasciale forma una rete continua dalla testa all’alluce. Un trauma in qualsiasi parte del sistema può portare a estendere largamente i suoi effetti in altre parti del corpo. Ciò aiuta a spiegare sintomi dolorosi che si presentano in regioni del corpo apparentemente senza alcun rapporto.

La tensegrità
Il principio di base del rilascio mio–fasciale è la continuità tessutale, perché il corpo umano è strutturato secondo il principio della tensegrità. Il termine inglese Tensegrity è stato coniato nel 1955 dall’architetto Richard Buckminster-Fuller. Definisce la capacità di un sistema di stabilizzarsi meccanicamente tramite forze di tensione e di decompressione che si ripartiscono e si equilibrano fra loro all’interno di un sistema vettoriale chiuso. Le strutture di tensegrità si dividono in due categorie:

1) costituite da barre rigide assemblate in triangoli, pentagoni o esagoni;

2) costituite da barre rigide e cavi flessibili.

A partire dal citoscheletro (D.E. Ingber, 1998), l’organismo umano è caratterizzato da una struttura di tensegrità. Tutti gli elementi interconnessi di una struttura di tensegrità si ridispongono in risposta a una tensione locale. Peculiarità della “tensegrità umana” è quella di funzionare come un sistema di “eliche a passo variabile” o vortici (spirali).

I vantaggi della struttura tensegrile sono: resistenza, leggerezza, flessibilità ma, soprattutto, l’interconnessione meccanica e funzionale di tutti gli elementi costitutivi, che permette una continua comunicazione bidirezionale al pari di un vero e proprio network. Le forze vengono trasmesse, quindi, in modo continuo fino agli elementi più lontani.

La sindrome mio-fasciale dolorosa e i trigger point
La sindrome mio-fasciale dolorosa è una problematica o un disturbo muscolare che può colpire indistintamente tutti, la cui causa principale è il trigger point (tp) o punto grilletto. I tp vengono considerati come elementi scatenanti uno specifico dolore e, quando presenti, devono essere identificati e trattati per dare risposte concrete alla maggior parte delle problematiche muscolo-scheletriche quali quelle a carico della spalla, del ginocchio, del piede, del rachide lombare e cervicale.

I tp hanno una loro specificità e sintomatologia dolorosa e le disfunzioni che determinano sono facilmente confondibili con altri disturbi. Sono causa di dolenzie, dolori, riduzione della forza muscolare, parestesie, sudorazione, rigidità muscolari, disturbi dell’equilibrio, sindromi neurovegetative, vasocostrizione, alterazione della percezione del peso degli oggetti tenuti in mano. Nel momento in cui vengono individuati, essi diventano elementi fondamentali per una corretta diagnosi e consentono di ridurre al minimo l’errore valutativo e terapeutico. I sintomi che essi determinano possono essere logoranti e possono persistere fino a quando i tp non vengono disattivati.

In problematiche muscolo-scheletriche quali lombalgie, cervicalgie e cervicobrachialgie, emicranie, rizoartrosi, gonalgie, sciatalgie false, sindrome del piriforme, pubalgie, fasciti plantari, epicondiliti ed epitrocleiti, periartriti scapolo-omerale, possono essere presenti tp e provocare dolore. Il punto trigger, pertanto, è un nodo in una fibra muscolare costituito da un insieme di sarcomeri in stato di massima e continua contrazione patologica. Il dolore viene provocato dall’accumulo dei rifiuti chimici tossici non rimossi, prodotti dal metabolismo anaerobico (acido lattico, ioni calcio, etc…) e dalla liberazione di sostanze vasoattive che irritano le terminazioni nervose coinvolte, dando inizio a un micro nucleo infiammatorio responsabile, appunto, del dolore.

In tali circostanze, infatti, l’aumento della permeabilità dei capillari e la conseguente stasi, provoca un circolo vizioso di infiltrazione leucocitaria (chemiotassi verso la sede del danno), infiammazione, edema, ischemia, eccitazione delle terminazioni nervose e invio di segnali di dolore al sistema nervoso centrale. Il trigger point assume, inoltre, la peculiarità di una condizione di iperalgesia (aumento della risposta dolorosa) superficiale e profonda in aree sia limitrofe che lontane dalla sua sede.

Come si attivano i tp?
Un trigger point può essere attivato da: eccessiva massa muscolare, stress, trauma o infortunio, mancato o errato stretching. I tp mantengono in tensione e limitano il movimento del muscolo di appartenenza e possono essere attivi o latenti. È attivo un trigger la cui digitopressione riproduce nella zona di referenza del tp stesso esattamente il dolore di cui il paziente soffre, cioè un dolore riferito, a cui si associa la disfunzione del muscolo in cui il trigger è presente.

Il tp latente, invece, causa solo la disfunzione indolore nel muscolo colpito e può rimanere, in questo stato, silente per anni ed essere improvvisamente riattivato da traumi, da sovraccarico eccessivo, da stiramento muscolare acuto, da squilibri posturali e da tante altre cause. L’esperienza clinica quotidiana di medici e terapisti ha dimostrato che la sintomatologia dolorosa è frequentemente da imputare ai tp, i quali possono essere facilmente “disattivati” mediante il “blocco dei trigger point”.

La Trigger Point Performance Therapy utilizza questa tecnica per diminuire la pressione nella fascia fibrosa del tessuto connettivo che riveste completamente i muscoli di tutto il corpo. Tale terapia tiene conto del principio della tensegrità e agisce nel rispetto della fisiologia, operando sulla causa dei problemi, per prevenire rischi e raggiungere le migliori performance. L’utilizzo di queste innovative tecniche terapeutiche aiuta certamente a prevenire i danni di un allenamento inadeguato, se unito ad una rigorosa conoscenza anatomo-fisiologica del corpo umano interpretato secondo i principi della tensegrità.

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