La vigoressia è un grave disordine clinico che colpisce soggetti muscolosi che continuano a vedersi magri o non abbastanza ipertrofici

Parlare di vigoressia è difficile, ed è ancora più complesso quando si prova
a farlo presso una platea di appassionati di attività fisica. Come per tutte le cose che non si conoscono in modo approfondito si tende a catalogarle nel mucchio delle esagerazioni o a ritenerle a tal punto marginali da non dover essere prese neppure in considerazione, relegandole forse al campo delle curiosità o del gossip. Sia detto subito invece: di vigoressia ci si ammala e ci si ammala sempre più spesso ma, soprattutto, di vigoressia si muore!

Il primo errore da non commettere è quello di confondere ciò che questo termine rappresenta, vale a dire un vero e proprio disordine clinico, con quella che invece è la sana passione per il fitness e l’attività sportiva. Sovrapporre questi due aspetti equivale a dire che una persona affetta da anoressia è in realtà semplicemente appassionata di diete. Proprio l’anoressia può aiutarci a comprendere meglio il problema partendo da uno dei tanti differenti termini con i quali la vigoressia può essere definita, e tra questi proprio anoressia inversa, a indicare che si tratta di un’altra faccia del medesimo problema.
Non soggetti estremamente magri che hanno una percezione del proprio corpo legata al sovrappeso, ma soggetti assolutamente muscolosi che continuano a vedersi magri e ipotonici, o comunque non sufficientemente ipertrofici.

È il 1993 quando viene per la prima volta descritta in una pubblicazione scientifica, da allora sono trascorsi oltre 20 anni ma solo da poco l’opinione pubblica ha iniziato a parlarne diffusamente e, proprio quest’anno, il termine è ufficialmente entrato nei dizionari della lingua italiana. Se in origine si faceva riferimento alla vigoressia solo in rapporto a individui che, seppur enormemente muscolosi continuavano ad avere una percezione del proprio corpo minuta e magra, oggi tutti gli autori concordano nell’ampliare il campione a chiunque ricerchi in modo ossessivo una perfezione corporea e una ipertrofia a qualunque costo, sacrificando ogni aspetto relazionale e sociale della propria vita, sino a sottoporre il proprio corpo a diete e allenamenti estremi, spingendosi sempre oltre sino all’abuso di sostanze anabolizzanti e finendo col mettere a rischio la propria vita.

Ci sono diverse obiezioni che vengono frequentemente fatte quando si parla di vigoressia, prima fra tutte spesso si afferma che meglio essere vigoressici piuttosto che lasciarsi andare alla sedentarietà, all’alimentazione incontrollata, o all’abuso di altre sostanze come il fumo o alcool. Nella realtà dei fatti non c’è differenza.
È certamente meglio lavarsi le mani 5 o 10 volte al giorno piuttosto che non lavarle mai, fa parte di una corretta igiene. Ma se si arriva al punto di lavarsele 200 volte al giorno, allora si ha un problema non meno grave di chi le mani non le lava affatto. La linea di confine non è quindi quanto spesso ci si allena, in linea teorica ci si potrebbe allenare anche tutti i giorni e non avere nulla a che vedere con la vigoressia. Né è determinante quanto impegno si ripone nella corretta alimentazione, anzi è un elemento fondamentale proprio per chi si allena più frequentemente nella ricerca di obiettivi migliori.

I segnali che devono preoccupare

Il primo campanello d’allarme è lo stato emotivo in cui ci si trova se per un imprevisto si è costretti a saltare un workout, o se si compromettono le relazioni sociali, compreso un innocuo pranzo o cena di tipo conviviale, per il timore di non si riuscire a rispettare la propria dieta. Infliggersi allenamenti più duri come forma di compensazione per eventuali eccessi alimentari, controllare in modo spasmodico il proprio corpo, il proprio peso, la propria percentuale di grasso corporeo, vivere la propria giornata con il costante pensiero all’allenamento che dovrà essere fatto, svegliarsi nel cuore della notte per degli spuntini proteici, in un crescendo quasi maniacale che porta a perdere i contatti con la realtà rovinando anche i rapporti sociali con tutti coloro i quali non si infliggono il medesimo comportamento.

Pierluigi De Pascalis parla di vigoressia in tv a Rai3

Quanto è diffusa in Italia?

Praticare bodybuilding, essere molto muscolosi o desiderosi di diventarlo ancor di più, assumere qualche integratore, non è sinonimo di essere affetti da vigoressia! Anzi questa semplificazione, spesso operata da molte riviste desiderose di creare clamore e allarmismo, porta a sottovalutare le dimensioni del problema ritenendolo quasi una trovata pubblicitaria. In Italia invece, secondo uno studio pubblicato nel volume Vigoressia: quando il fitness diventa ossessione, sarebbero oltre 60.000 le persone affette da questo disturbo. Un problema doppiamente subdolo anche per un’altra ragione: le persone sono spontaneamente portate a credere che un individuo estremamente magro possa potenzialmente avere un problema, anche perché di anoressia (giustamente) se ne parla in continuazione. Viceversa è difficile ipotizzare che una persona dal corpo tonico e tornito possa avere un problema analogo, la naturale associazione che viene fatta è quella di un corpo che gode di ottima salute. E, per fortuna, nella stragrande maggioranza dei casi è assolutamente vero.

Coloro che sostengono “la vigoressia è bellissima e io ne sono affetto” dimostrano solo una raccapricciante ignoranza sul tema che rischia però di far sottovalutare ad altri una condizione grave che può sfociare in sviluppi drammatici. Del resto rapportarsi con un soggetto vigoressico è complesso, instaurare un dialogo costruttivo per focalizzare il problema è spesso impossibile.
Non a caso la prevenzione del problema sarebbe la strategia principale così come, riuscire a prenderne consapevolezza, il primo significativo step per superarlo. Il vigoressico prova una forma di profonda disistima per chiunque non persegua i medesimi obiettivi, ritenendolo semplicemente una persona che “non può capire”. La vigoressia quindi non è dipendente da quanto impegno si applica nel raggiungimento di un risultato, ma da come questo possa compromettere la qualità della vita e la propria salute.

I maschi fra i 25 e i 35 anni ne soffrono di più

Volendo analizzare qualche dato statistico, i soggetti maggiormente colpiti sono certamente di sesso maschile, pur non mancando casi di vigoressia al femminile, nella fascia di età compresa fra i 25 e i 35 anni seguita da un significativo campione di età compresa fra i 18 e i 24 anni. Non mancano individui over 40 che spesso cominciano per effetto di una mancata accettazione dell’età che avanza, desiderosi quanto convinti di poter riportare indietro il tempo, e finiscono in un circolo vizioso dalle conseguenze anche tragiche.
Più frequentemente cadono vittima della vigoressia persone con un basso livello socioculturale, che fanno fatica a individuare il grado di rischio cui si va incontro, ancor più spesso soffrono di scarsa autostima e l’esibizione delle masse muscolari diviene l’unico elemento di riscatto e compensazione, sono quindi perennemente alla ricerca di sguardi e ammirazione da parte degli altri. Questo atteggiamento rappresenta uno sviluppo ulteriore della vigoressia che, nei primi casi diagnosticati, era connessa invece con atteggiamenti opposti, legati al desiderio di non mostrarsi agli occhi degli altri perché convinti di essere troppo poco muscolosi.

In conclusione quindi il timore della vigoressia non deve divenire un alibi per la propria sedentarietà, e tanto meno uno strumento per delegittimare chi si allena con costanza e sacrificio con l’intento di perseguire un beneficio estetico e salutare. L’allenamento in generale, e quello tipicamente noto del bodybuilding, offrono una serie infinita di benefici con ricadute positive anche sulla sfera emotiva e sociale. Ma quando si percepisce che l’allenamento inizia ad avere sempre più i connotati del dovere che del piacere, quando nel proprio immaginario si comincia a classificare in modo rigido ogni alimento inserendolo nella lista di quelli ritenuti assolutamente buoni o assolutamente da evitare, quando ogni pensiero e ogni discorso non fa che indirizzarsi verso un unico punto, è il momento di fermarsi e provare a parlarne con un professionista.

Per approfondimenti: vigoressia.com

Commenta con Facebook

Commenti