Numerose ricerche stanno dimostrando sempre di più gli effetti positivi della vitamina D sul nostro organismo. Scopriamo quali sono e come beneficiarne

“A cento anni di distanza dagli studi fatti dal Premio Nobel Niels Finsen, che riguardavano l´efficacia della fototerapia nella cura della tubercolosi cutanea, la ricerca sta svelando i meccanismi per cui il sole e la luce sono terapeutici. La vitamina D induce i macrofagi a produrre catelicidina, un antibiotico naturale efficace contro il Mycobacterium tuberculosis”. Questo è quanto si è letto recentemente su alcune riviste che trattano di benessere e di salute, perché numerose ricerche stanno dimostrando sempre di più gli effetti della vitamina D. Molti studi hanno dimostrato per questa vitamina liposolubile una inversione di rotta: fino a qualche anno fa veniva scritto sui libri di Scienze dell’Alimentazione di non integrare la vitamina D, giustificandone il motivo per la sua capacità di essere liposolubile e quindi, se accumulata in eccesso, divenire tossica per il nostro organismo.
La tossicità delle vitamine liposolubili ritengo rimanga una verità incontrovertibile e quindi l’eventuale integrazione deve essere valutata attentamente dal proprio medico curante, ma oggi sappiamo molto di più specificatamente sulla vitamina D e sulle sue correlazioni sulla salute e sulla performance. Cento anni fa si parlava di fototerapia legata non solo alla tubercolosi ma anche al rachitismo e in alcuni ospedali venivano utilizzati i cosiddetti “bagni di sole” terapeutici (ospedali elioterapici), per aiutare i pazienti a migliorare il proprio stato di umore e di salute. Oggi possiamo dare spiegazioni scientifiche a tutto questo e sappiamo che carenze di vitamina D sono correlate alla depressione, al rachitismo, all’osteoporosi, ad una demineralizzazione ossea, ad una soppressione del sistema immunitario e pare a altre numerose patologie.

Dove si trova la vitamina D?
La vitamina D viene prodotta per il 90% dall’esposizione solare (colecalciferolo o Vitamina D3) ed è poi attivata a livello epatico, trasformandosi in calcitriolo. Un’altra forma di vitamina D è la D2 o ergo calciferolo di origine vegetale, mentre il rimanente 7-10% della vitamina D proviene dall’alimentazione.
Questa vitamina D che si assorbe in piccola parte attraverso gli alimenti viene introdotta nel nostro organismo in maniera specifica attraverso l’olio di pesce, il fegato, le uova, alcune verdure verdi e ora anche attraverso alcuni preparati alimentari volutamente arricchiti come nutraceutici. Siamo sempre stati avvertiti del pericolo di esporci al sole e di usare precauzioni e protezioni ed è sicuramente giusto farlo, ma il problema alla base di tutto questo sta nel fatto che oggi le persone non si espongono mai al sole gradualmente, perché per la maggior parte dell’anno se ne stanno chiusi nei loro posti di lavoro e per circa 11 mesi l’esposizione è inesistente, con la pretesa poi nell’unico o quasi mese di ferie estivo di volersi abbronzare molto velocemente. In questi casi il problema dell’esposizione massiva può scatenare patologie dermatologiche, diventate più frequenti in questi ultimi anni e quindi il beneficio derivato dall’esposizione e la conseguente produzione di vitamina D è minore rispetto al rischio delle eventuali patologie cutanee scatenate dalla sovraesposizione in acuto.

Interesse crescente
La vitamina D in quest’ultimo periodo è al centro di una miriade di ricerche e, al contrario di quello che si poteva pensare fino a qualche anno fa, sembra essere carente in buona parte della popolazione mondiale. Questa sua carenza sembra essere collegata a molte reazioni biochimiche e a molte patologie. Oltre ad influenzare la densità ossea, pare avere effetti positivi anche sulla composizione corporea, la forza muscolare, l’equilibrio, il tasso di mortalità, il diabete, le malattie autoimmuni, la comparsa del dolore muscolare, ma anche su alcune forme tumorali che pare colpiscano di più chi è carente di vitamina D.
Stiamo assistendo a una inversione di tendenza per quanto riguarda l’integrazione di questa vitamina, anche per l’aumento degli studi che hanno per oggetto proprio questa molecola. Recentemente, sull’American Journal Clinical Nutrition è stato pubblicato uno studio che dimostra come la supplementazione di calcio e vitamina D possano ridurre i depositi di grasso viscerale. Lo scorso anno su Hormone and Metabolic Research è stato pubblicato uno studio sulla correlazione tra la supplementazione di vitamina D e il testosterone.
Anche l’interesse sportivo riguardo alla vitamina D deve iniziare a essere importante e lo si deve valutare in collaborazione con il proprio medico curante durante l’andamento di tutta la stagione agonistica. Attraverso un’alimentazione adeguata e una giusta assunzione o integrazione di vitamina D, uno dei principali effetti riscontrabili da un atleta è a livello preventivo, grazie a una diminuzione dei rischi di frattura per via dell’aumentata densità ossea. Questa prevenzione come conseguenza ha una diminuzione percentuale di infortuni, anche legati all’affaticamento cronico o infortuni da stress molto frequenti negli sport di contatto o in quelli di endurance.
Nella fase post carico di lavoro, l’effetto principale è una diminuzione del DOMS (Delayed onset muscle soreness), detto anche dolore del giorno dopo, ed una diminuzione dell’infiammazione corporea, con calo delle interleuchine legate al danno muscolare, dati dall’attività della vitamina D nella mediazione sul sistema immunitario. Alcuni studi mettono in evidenza che i soggetti con ipovitaminosi D si presentano a livello dei tessuti muscolari con un aumento degli spazi interfibrillari riempiti con tessuto adiposo e fibrosi. Al contrario, integrando gli stessi soggetti con vitamina D e calcio si ha un aumento percentuale delle fibre muscolari di tipo 2 e conseguente aumento di forza.
Il marker più utilizzato per valutare la situazione ematica dei livelli di vitamina D corporea è il 25-OH-D3. Ovviamente i livelli di questo marker variano e possono essere influenzati durante la stagione agonistica a seconda anche dei carichi di lavoro che si hanno, ma la stagionalità è legata soprattutto alla produzione per esposizione solare oltre che all’assunzione attraverso il cibo o all’integrazione. Come avvenuto per il principio attivo dell’olio di pesce, ovvero gli omega 3, anche per la vitamina D stiamo assistendo a un ritorno alle origini, quando l’uomo era esposto costantemente alle radiazioni solari, perché passava molte ore della sua giornata all’aperto e produceva naturalmente dosi adeguate ed efficaci di vitamina per il normale funzionamento fisiologico omeostatico.
Al contrario, al giorno d’oggi, la nostra società ci impone di vivere principalmente in luoghi di lavoro e di vita sociale al chiuso e a causa della scarsa e soprattutto tutt’altro che graduale esposizione solare, è sempre più frequente incappare in una carenza di questa vitamina, le cui molteplici proprietà potrebbero migliorare moltissime patologie e donare facilmente benessere.

Iader Fabbri

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